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  • Il sussurro dei ghiacciai

    Il sussurro dei ghiacciai

    Nella mia vita lavorativa i ghiacciai sono parte degli itinerari che mi capita di accompagnare, sia sulle Alpi, sia al Nord.

    Senza volersi addentrare in catastrofismi da clic, vorrei condividere alcuni pensieri riguardo questo mondo di ghiaccio, di cui non posso assolutamente definirmi esperto, ma che quando lo si osserva parla molto più di quanto possa sembrare.

    Mi capita ogni tanto di accompagnare piccoli viaggi in giornata al cospetto dei ghiacciai alpini; da ormai una decina di anni luoghi come la Mer del Glace, la Brenva, il ghiacciaio del Gigante sul Bianco, oppure il ghiacciaio del Belvedere e l’immensa parete est del Rosa sono luoghi che frequento e che ho la fortuna di poter osservare, sia pur a piccoli frammenti e da profano. Succede però che parlano, se ne sente il rumore di tanto in tanto, si possono vedere le loro modifiche. Se si osserva bene la montagna, se si confrontano le foto scattate, anche solo a tre anni di distanza, la loro sofferenza è impressionante.

    La parete est del Monte Rosa sullo sfondo dall’arrivo della funivia del Moro

    Sempre più in alto, sempre più sottili e sempre più “grigi”, ovvero con rocce che emergono, e che ne sottolineano da un lato il ruolo erosivo che hanno, dall’altra la loro capacità sempre minore, di “coprire” i detriti.

    Allo stesso modo da qualche anno, ogni anno mi capita di tornare al Solhemajokull, in Islanda, ghiacciaio diverso da quelli alpini, lingua terminale, con andamento simile ai nostri, di una immensa calotta glaciale, il Myrdasjokull, tra i vulcani Katla ed Eyjafjallajokull.

    I suoi 8 km circa di sviluppo non sono facilmente distinguibili nella parte alta, in quanto è complesso individuare il punto in cui si origina dalla calotta principale. Alla sua base però, imponenti seracchi arrivano alla laguna sottostante. Se si confrontano le foto della zona nell’ultimo secolo ci si rende conto di quanto sia arretrato il ghiacciaio, e di quanto si sia ingrandita la laguna glaciale. Ma è ripartendo, dopo aver visto questo spettacolo naturale grandioso, che ci si rende conto come in realtà la sconnessa strada che ci permette di raggiungerlo dalla ring road, pochi decenni fa non sarebbe stata disponibile, in quanto parte del ghiacciaio.

    Quattro km e mezzo di percorso a ritroso risalendo un terreno instabile e non ancora definitivamente assestato, che fino a pochi decenni fa era parte di quel mondo di ghiaccio che si sta restringendo sempre di più, che viviamo da turisti, ma che sono destinati a lasciare in ognuno pensieri e riflessioni. Perché in fondo siamo consapevoli che la nostra specie è parte del problema. Vedere da vicino, capire, ragionarci sopra però è qualcosa che può spingere ciascuno di noi a modificare i propri comportamenti, le proprie abitudini. Piccole gocce riempiono un oceano.

    I ghiacciai sussurrano all’animo delle persone sensibili.

    I ghiacciai del massiccio del Monte Bianco, tra i più imponenti della catena alpina

  • Il Male del Nord: Emozioni e Avventure in Lapponia

    Il Male del Nord: Emozioni e Avventure in Lapponia

    Sono trascorsi ormai più di 15 anni da quando per la prima volta ho avuto contatto con una terra che nell’immaginario comune è la casa di Babbo Natale a Rovaniemi e poco più.

    Con Walter e Seba, due maestri di sci di fondo che sanno far vibrare le corde dell’emozione non ci siamo nemmeno avvicinati al mondo frenetico del Santa Village, ma la mia prima esperienza nel grande nord fu sfrecciando (ehm..arrancando) sci ai piedi tra foreste con alberi modellati dal vento e dalla neve, laghi ghiacciati coperti di neve, colline con la sommità completamente spazzata dal vento artico. Accoglienti “kote”, bivacchi appartenenti alla tradizione della caccia e del nomadismo, sparse qua e là, con la loro atmosfera fumosa, offrivano riparo e ristoro nei momenti giusti. Lo sci, la condivisione, la fatica e la capacità di alternare discrezione e momenti goliardici dei due leader mi fecero entrare in sintonia con quella terra in cui secondo molti standard non c’è nulla, ed invece probabilmente c’è la cosa più importante per tutti: lo spazio per ascoltare la propria anima. Per l’anima di Roby, che doveva sistemare un po’ di fantasmi, per quella di Franca, giovanotta ultrasettantenne appassionata di viaggi, per quella di Big Roby, piemontese trapiantato in Svizzera alla ricerca di un po’ di relax, per Cavallo Pazzo, alias Paolo, che rincorre qualsiasi refolo di avventura e vita possa spirare sulla terra, per Roby Slitta, residenza milanese e spirito trentino, per Yamamoto, alias Romano, parà con una vita in cui l’adrenalina è il filo conduttore.

    Non si torna da un viaggio come si era alla partenza. Non si torna dalla Lapponia senza un po’ di male del nord, quella sensazione che ci dovrai tornare perché lì i pensieri scemano, lì c’è quel niente e quel tutto che sono sensazione di cui hai bisogno.

    Al ritorno, i sogni di un nuovo viaggio, arrivato anni dopo, con altri metodi, con un muoversi più classico, in auto e con passeggiate, attraverso luoghi appena più classici (e stavolta anche Santa Village di Rovaniemi), più dedicati alla visita di un turista, ma sempre, poco affollati, sempre silenziosi, sempre in perfetta sintonia con quanto sta intorno, spazi enormi, foreste laghi..e allora che sia la cava di ametista, che sia una camminata nella neve fin sopra le caviglie, che sia una minisciata, tutto diventa incontro con quella terra, tutto diventa scoperta di sfaccettature diverse, come se la Lapponia fosse una vecchia amica che ti vuol far vedere allo specchio le pieghe della tua anima.

    Fino a Inari, a Siida, dove invece è il popolo Sami, che la abita ad essere raccontato da un museo e centro documentazione culturale che rende omaggio ad un popolo che lega le sue vicende a quella terra, all’ambiente estremo, a brevi estati e a lunghi inverni sotto i cieli del nord e con l’aurora boreale a disegnare arabeschi e mosaici da rimanere senza fiato. La storia di un popolo, di un legame fortissimo con le renne, con le foreste, le loro diverse tipologie di abitazione, le trappole per la caccia, le imbarcazioni.. ovvero come si vive non solo a contatto con la natura, ma perfettamente integrati ad essa. Un passato non troppo lontano, che fa riflettere, che porta a farsi tantissime domande sulla propria posizione nel mondo, sul peso del nostro passaggio nell’ambiente intorno.

    Spero di tornarci a breve in quella terra magica, stavolta per la prima volta in compagnia di viaggiatori che ci affidano le loro emozioni, aspettative e voglia di scoprire. Sicuro che al loro ritorno avranno contratto anche loro il male del Nord e curato la loro anima nella terra in cui ogni anima è a casa.

  • Obrigado: la gentilezza in salsa azzorrana

    Obrigado: la gentilezza in salsa azzorrana

    Quando per la prima volta Insite Tours mi ha proposto le isole Azzorre, come meta di accompagnamento, in realtà sapevo molto poco di queste isole sparpagliate in mezzo all’Oceano Atlantico. La prima volta che da bambino le sentii nominare fu a causa di Giochi Senza Frontiere, trasmissione che per chi fa parte della mia generazione era appuntamento imperdibile.

    Poi a scuola si studia la geografia e scopri che quelle isole erano punto di tappa quasi obbligato per i naviganti tra Europa e America.

    Ovviamente mi sono messo a studiare tutto quel che riuscivo scoprendo la loro origine vulcanica, la storia della loro colonizzazione, le piantagioni di ananas, di the, la distanza che le separa una dall’altra ecc.

    Ciò che ci hanno regalato negli 8 giorni di permanenza è stato assolutamente superiore alle attese. Paesaggi e scorci mozzafiato, natura rigogliosa, temperature miti, grotte vulcaniche e parchi bellissimi. Una meta consigliatissima.

    Ciò che mi ha sorpreso di più però è la gente che la abita: abbiamo incontrato camerieri, autisti, guide, albergatori, gestori di locali, volontari di sorveglianza alle chiese, gestori di negozi. In 8 giorni non una sola persona scortese, sorridenti, gentili.

    Nella bolgia della festa di Cristo dos Milagres, con le strade coperte di fiori, migliaia di persone lungo le strade, una calca incredibile in qualsiasi locale si potesse entrare tutti ti accolgono sorridenti ed allegri. Quasi come se la frenesia di tutto ciò che sta intorno non alterasse il loro ritmo, il loro incedere giornaliero.

    La vera scoperta sono però i colleghi! Ovvero autisti ed accompagnatori delle varie escursioni. Parlando con loro abbiamo scoperto isolani, ma anche portoghesi continentali che da qualche anno si sono trasferiti in un contesto che giudicano più duro, ma più umano. La preparazione tecnica e di conoscenza rispetto ai territori ed alle meraviglie raccontate non poteva però nascondere una genuina volontà di venirti incontro, di capire chi fossi e di cosa ti avesse spinto in quel lembo di mondo in mezzo all’oceano Atlantico. La storia di 8 italiani dalle Alpi, ha incrociato per qualche giorno, la storia di chi ha come confine una costa, ma che ha lo sguardo proiettato in tutto il mondo, degni eredi dei navigatori che per secoli hanno fatto scalo in queste isole, tra la scoperta di un continente ed il ritorno nella vecchia Europa carichi di racconti, storie e speranze verso il futuro.

  • La magia della Luce del Nord

    La magia della Luce del Nord

    Northern Lights, Aurora Boreale, Aròra, Norðurljós, Revontulet, Nordlys, Северное сияние.. qualsiasi sia la lingua in cui ci si esprime, questo misterioso fascio di luce colorate che si muove nel cielo è capace di rapire la fantasia, tenere con il naso all’insù e affascinare qualsiasi essere umano su questo pianeta.

    Per l’aurora boreale si viaggia, si prende freddo, si fanno le notti in bianco, per quella luce che rischiara il cielo del nord (ma potremmo estendere il discorso all’aurora australe) si spera, ci si fa prendere dallo sconforto quando non arriva, e si riprova. In una parola: si sogna.

    Resta forse uno degli ultimi fenomeni che l’uomo, pur avendolo spiegato scientificamente, pur avendo sviluppato la capacità di prevederne lo sviluppo delle condizioni, non riesce a controllare. E il suo fascino è proprio questo: muoversi alla sua ricerca, sperando che il cosmo sia predisposto a regalarne lo spettacolo. Chi scrive è riuscito a vederla per la prima volta solamente al suo 4° viaggio nel grande nord. Lapponia, Norvegia, Islanda..terre che da bambino erano sogni, sono divenuti luoghi conosciuti per vacanza, viaggio e lavoro.

    Nulla però riesce a cancellare il desiderio, la voglia cercarla, e per certi versi, la sfida di riuscire a vedere questo spettacolo della natura. Ogni volta è un’emozione, un’adrenalina, la gioia della condivisione con il proprio o i propri compagni di viaggio. Una sensazione in particolare pervade l’anima, ovvero la percezione della propria piccolezza, della propria dimensione infinitesimale rispetto a quelle che sono le grandi forze del cosmo.

    Lontano dal caos, lontano dagli affanni umani, sotto un cielo che muta ad ogni secondo, ad una luce che varia nelle tonalità, nelle forme e nell’aspetto ci si sente infinitamente piccoli. Ancora più di quanto già il cielo stellato non faccia percepire. E il silenzio è quasi una condizione desiderata, ricercata, necessaria per immergersi appieno nell’esperienza. Che sia in una foresta Lappone, su un fiordo norvegese o in una landa vulcanica d’Islanda la speranza di vedere l’Aurora Boreale fa palpitare il cuore di qualsiasi viaggiatore.

    Questo spettacolo della natura non è capace di affascinare ed attrarre solamente turisti e viaggiatori da altre terre, ma anche chi vive nelle terre del Nord. Risulta pertanto curioso che nella letteratura di tali popoli la Luce del Nord non sia un elemento così diffuso, pur avendo dato spunti ad alcune leggende e racconti mitologici. Ci si aspetterebbe una produzione letteraria comparabile a quella del mondo greco e latino sulle costellazioni, mentre in realtà è molto più limitata. Il nome Aurora Borealis lo dobbiamo a Galileo Galilei, che pensò di unire il nome della dea dell’alba, Aurora appunto nella tradizione latina (Eos in quella greca), con il nome di Borea il dio del vento del Nord. Nel mondo classico, mediterraneo, l’Aurora non era sintomo di presagio positivo, anzi veniva vista come cattivo auspicio, mentre per alcuni storici latini erano da interpretarsi come combattimenti tra eroi in cielo.

    La scarsità di riferimenti letterari del fenomeno, nel periodo in cui la gran parte della letteratura norrena prese forma dipende probabilmente dal fatto che l’ovale dell’aurora avesse nei secoli del tardo medioevo una presenza più a nord e più ad ovest, rendendo raro il suo vedersi nel nord Europa. (info tratte da Brekke, Asgeir (et al.), “Ancient Norwegian Literature in Relation to the Auroral Oval” in Exploration of the Polar Upper Atmosphere, NATO advance study institute series, Series C: Mathematical and Physical sciences. 1980, pp 431 – 442.)

    Nonostante questo alcune leggende sono fiorite nel corso dei secoli, e l’Aurora pare essere la coda di un drago per la mitologia cinese, una coda di volpe artica che tocca e solleva la neve secondo alcune leggende finlandesi (letteralmente revontulet significa proprio fuochi della volpe).

    In particolare i Sami, popolo che abita alcune parti di Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia l’aurora deve essere rispettata e si raccomanda, anche ai bambini un atteggiamento tranquillo e solenne: in caso contrario cattivi avvenimenti sono destinati ad accadere.

    Secondo alcune tribù del nord america invece le aurore sarebbero gli spiriti danzanti degli antenati.

    Come fare per vederla? Per poter avere idea di come muoversi alla caccia dell’aurora non ci sono particolari segreti, e forse è proprio questo che rende affascinante e trepidante l’attesa: di difficile apparentemente non c’è nulla, ma non avrai mai la certezza di riuscire a vederla. Attività solare, vento solare ed interazione con l’elettromagnetismo terrestre sono misurati e relativamente ben previsti, diventando disponibili su decine di applicazioni. Il cielo sereno e limpido, altra condizione necessaria anche ormai è fenomeno prevedibile. Ma cosa succede se le previsioni sbagliano di 3 ore, o di 30 km? Ecco il fattore imponderabile che rende tutto magicamente ancora misterioso ed in grado di generare attesa.

    Oggi, epoca in cui la tecnologia, la comunicazione, l’intelligenza artificiale e il mondo digitale ci permettono di arrivare ovunque, l’Aurora Borale sotto il cielo del Nord resta uno dei momenti più belli di connessione tra l’uomo ed il cosmo.

  • Grindavik, un vulcano per vicino

    Grindavik, un vulcano per vicino

    Era un giorno di febbraio del 2022 quando, al primo tour in Islanda, passammo a Grindavik, poco prima di avventurarci, con un’agenzia di escursioni organizzate, per una passeggiata su un vulcano. Non sapevamo ancora che avremmo camminato su lava solidificata, dalle cui fessure usciva ancora fumo, segno evidente di una temperatura sottostante ancora elevata.

    La cittadina, avamposto meridionale della penisola di Reykjanes, era parecchio animata: ricordo perfettamente di aver provato un senso di “gelosia” per chi potesse vivere la città senza turisti. Arrivammo infatti in un momento in cui parecchi pullman occupavano i piazzali davanti ai bar, caffè ecc. Ricordo perfettamente il pensiero che mi attraversò la mente: “vorrei tornarci quando non c’è nessuno”.

    Quello che non potevo sapere era che l’eruzione del Fagradalsfjall (non è uno scioglilingua), iniziata a marzo e terminata a dicembre del 2021, non aveva solamente segnato il ritorno in attività del vulcano dopo quasi 800 anni di quiescenza, ma sarebbe stata solamente la prima di una lunga serie. Eruzioni non esplosive, senza quelle quantità di cenere e lapilli sparate per aria a km di distanza: bocche che si attivano e fanno colare fiumi di lava, fessure che si aprono nel terreno e lasciano uscire il magma. Meno distruttive di quelle grandi eruzioni che nella storia hanno segnato immani tragedie, ma non per questo non impattanti sulle comunità limitrofe.

    Se Reykjavik, città in cui si concentrano due terzi della popolazione islandese, e distante 50 km circa di strada dal vulcano (una quarantina scarsa in linea d’aria) non è minimamente toccata dall’eruzione e al massimo percepisce qualche scossa di terremoto, lo stesso non si può dire del piccolo centro sull’oceano, in cui sono visibili i segni della vicinanza di questo vicino davvero impegnativo.

    Del fermento che incontrai la prima volta, sabato 15 marzo non era rimasto nulla: le case quasi del tutto vuote, solo qualcuna ancora con segni di vita. Una bicicletta parcheggiata davanti alla porta di una villetta, due auto davanti ad un’altra casa, un ragazzo al telefono davanti ad una struttura ricettiva. La stazione di rifornimento con i nastri che la sigillano, un piazzale con una mostra fotografica dedicata alla prima eruzione, qualche cartello in islandese che interpreto come una richiesta di non esser lasciati soli, appiccicato al vetro di una casa.

    La voglia di capire e la curiosità che mi attanagliano si mescolano con una sorta di paura: non del vulcano, che sarebbe ripartito il 1° aprile per qualche ora, ma che in quel momento taceva. E nemmeno di sentir suonare l’allarme che segna l’evacuazione del paese dovuta a pericolo imminente. Quel giorno la paura è più profonda: quella di violare un luogo da rispettare soprattutto in questo momento di difficoltà. Non fantasma, o non ancora fantasma, ma che non riconoscevo più. Transenne che isolano alcuni pezzi di strada in cui il suolo si è alzato deformando passaggi, case e tetti oppure bandierine colorate che di festoso non hanno nulla, ma che identificano un passaggio pericoloso o vietato, magari perché si è aperta una crepa.

    Il silenzio. Potente e impetuoso, laddove la prima volta suoni e rumori erano testimoni della vitalità del centro. Cammino attraverso queste vie e una domanda si fa largo tra i pensieri: come si convive con un fenomeno così potente come un vulcano? Non me la sento di scattare foto dentro le case vuote: le finestre tipicamente senza tende lasciano vedere muri spogli, spazi vuoti. Si può immaginare facilmente che quei locali erano la casa di famiglie, salotti relax di persone già avanti con gli anni, camerette colorate di piccole pesti islandesi. Vuote.

    Credo che in qualche modo chi vive quella terra un po’ sia consapevole che tutto potrebbe essere effimero. Vivere su un’isola divisa a metà tra due placche tettoniche in lento, ma costante movimento, probabilmente significa essere consapevoli di dover coesistere con forze immense, non controllabili e che potrebbero costringerti ad andare via. Noi, cittadini di una zona molto più tranquilla geologicamente, non possiamo forse capirlo.

    Mentre penso questo e cerco di scattare un paio di foto ad un a casa rimasta quasi sollevata dal suolo scorgo un signore chiudere la porta di casa, uscire a capo chino, posare un borsone sul sedile passeggero e fermarsi un secondo ad osservare la sua casa. Prendo la macchina fotografica, ma intuisco che quello potrebbe essere una sorta di ultimo saluto. Non scatto. E’ un momento intimo, personale, estremamente umano. Deve rimanere tale. Abbasso la macchina fotografica, continuo la mia camminata, la Dacia grigia mi passa davanti lentissima, forse a 10 km orari, due occhi profondissimi mi osservano, un cenno del capo, coperto di capelli grigi, risponde al mio saluto, abbozza un sorriso e sono quasi sicuro che abbia visto la mia macchina fotografica abbassarsi qualche istante prima, senza entrare in funzione. Forse è davvero così, o forse per un momento la suggestione mi porta in una dimensione inesistente. Proseguo, scatto qualche foto ad una strada sommersa dalla lava solidificata, nera come la pece e che emana un odore che non so descrivere. Tutto ciò vicino ad un edificio in costruzione, in un quartiere praticamente nuovo che chissà se sarà mai abitato.

    Sto cercando cosa in quel momento: sono due ore che giro, osservo, cerco di interpretare come è colata la lava. Ma non posso far a meno di pensare che questa città, nata prima dell’anno mille, per secoli e secoli ha avuto come unico pensiero quello di ricavare il proprio sostentamento dalla pesca, come unica preoccupazione quella di difendersi da qualche scorribanda di pirati. Dalla seconda metà del Novecento un numero di turisti sempre maggiore l’ha scoperta, grazie alla bellezza dei luoghi ed alla vicinanza con la Bláa lónið, conosciuta universalmente come la Laguna Blu, centro termale di altissimo livello specializzato anche nella cura della psoriasi. Grindavik negli anni è diventata un centro abitato in espansione, nel quale all’industria ittica, storicamente il settore che ne sostiene l’economia, ha visto un numero sempre maggiore di persone coinvolte nell’accoglienza turistica.

    Oggi è praticamente deserta, con un destino quantomai incerto, se non segnato, in quanto la camera magmatica sotterranea del vulcano (o almeno una delle camere magmatiche) sembra migrare sotto la città.

    Il primo aprile, una nuova fessura si è aperta, in parte oltre le mura di terra imponenti che gli islandesi hanno realizzato per difendere la città dalle colate, ma in parte all’interno del perimetro di questa sorta di cinta muraria dei giorni nostri. Un’intera zona è stata dichiarata inagibile e le poche persone ancora presenti evacuate. Probabilmente alcuni di loro torneranno. Fino al prossimo allarme, alla prossima eruzione.

    Se ci passate fermatevi. Rallentate il vostro incedere. In silenzio. Come quello dello scorso 15 marzo, distante molto più di quattro anni dalla vivacità della prima volta a Grindavik.