Era un giorno di febbraio del 2022 quando, al primo tour in Islanda, passammo a Grindavik, poco prima di avventurarci, con un’agenzia di escursioni organizzate, per una passeggiata su un vulcano. Non sapevamo ancora che avremmo camminato su lava solidificata, dalle cui fessure usciva ancora fumo, segno evidente di una temperatura sottostante ancora elevata.
La cittadina, avamposto meridionale della penisola di Reykjanes, era parecchio animata: ricordo perfettamente di aver provato un senso di “gelosia” per chi potesse vivere la città senza turisti. Arrivammo infatti in un momento in cui parecchi pullman occupavano i piazzali davanti ai bar, caffè ecc. Ricordo perfettamente il pensiero che mi attraversò la mente: “vorrei tornarci quando non c’è nessuno”.
Quello che non potevo sapere era che l’eruzione del Fagradalsfjall (non è uno scioglilingua), iniziata a marzo e terminata a dicembre del 2021, non aveva solamente segnato il ritorno in attività del vulcano dopo quasi 800 anni di quiescenza, ma sarebbe stata solamente la prima di una lunga serie. Eruzioni non esplosive, senza quelle quantità di cenere e lapilli sparate per aria a km di distanza: bocche che si attivano e fanno colare fiumi di lava, fessure che si aprono nel terreno e lasciano uscire il magma. Meno distruttive di quelle grandi eruzioni che nella storia hanno segnato immani tragedie, ma non per questo non impattanti sulle comunità limitrofe.
Se Reykjavik, città in cui si concentrano due terzi della popolazione islandese, e distante 50 km circa di strada dal vulcano (una quarantina scarsa in linea d’aria) non è minimamente toccata dall’eruzione e al massimo percepisce qualche scossa di terremoto, lo stesso non si può dire del piccolo centro sull’oceano, in cui sono visibili i segni della vicinanza di questo vicino davvero impegnativo.
Del fermento che incontrai la prima volta, sabato 15 marzo non era rimasto nulla: le case quasi del tutto vuote, solo qualcuna ancora con segni di vita. Una bicicletta parcheggiata davanti alla porta di una villetta, due auto davanti ad un’altra casa, un ragazzo al telefono davanti ad una struttura ricettiva. La stazione di rifornimento con i nastri che la sigillano, un piazzale con una mostra fotografica dedicata alla prima eruzione, qualche cartello in islandese che interpreto come una richiesta di non esser lasciati soli, appiccicato al vetro di una casa.
La voglia di capire e la curiosità che mi attanagliano si mescolano con una sorta di paura: non del vulcano, che sarebbe ripartito il 1° aprile per qualche ora, ma che in quel momento taceva. E nemmeno di sentir suonare l’allarme che segna l’evacuazione del paese dovuta a pericolo imminente. Quel giorno la paura è più profonda: quella di violare un luogo da rispettare soprattutto in questo momento di difficoltà. Non fantasma, o non ancora fantasma, ma che non riconoscevo più. Transenne che isolano alcuni pezzi di strada in cui il suolo si è alzato deformando passaggi, case e tetti oppure bandierine colorate che di festoso non hanno nulla, ma che identificano un passaggio pericoloso o vietato, magari perché si è aperta una crepa.
Il silenzio. Potente e impetuoso, laddove la prima volta suoni e rumori erano testimoni della vitalità del centro. Cammino attraverso queste vie e una domanda si fa largo tra i pensieri: come si convive con un fenomeno così potente come un vulcano? Non me la sento di scattare foto dentro le case vuote: le finestre tipicamente senza tende lasciano vedere muri spogli, spazi vuoti. Si può immaginare facilmente che quei locali erano la casa di famiglie, salotti relax di persone già avanti con gli anni, camerette colorate di piccole pesti islandesi. Vuote.
Credo che in qualche modo chi vive quella terra un po’ sia consapevole che tutto potrebbe essere effimero. Vivere su un’isola divisa a metà tra due placche tettoniche in lento, ma costante movimento, probabilmente significa essere consapevoli di dover coesistere con forze immense, non controllabili e che potrebbero costringerti ad andare via. Noi, cittadini di una zona molto più tranquilla geologicamente, non possiamo forse capirlo.
Mentre penso questo e cerco di scattare un paio di foto ad un a casa rimasta quasi sollevata dal suolo scorgo un signore chiudere la porta di casa, uscire a capo chino, posare un borsone sul sedile passeggero e fermarsi un secondo ad osservare la sua casa. Prendo la macchina fotografica, ma intuisco che quello potrebbe essere una sorta di ultimo saluto. Non scatto. E’ un momento intimo, personale, estremamente umano. Deve rimanere tale. Abbasso la macchina fotografica, continuo la mia camminata, la Dacia grigia mi passa davanti lentissima, forse a 10 km orari, due occhi profondissimi mi osservano, un cenno del capo, coperto di capelli grigi, risponde al mio saluto, abbozza un sorriso e sono quasi sicuro che abbia visto la mia macchina fotografica abbassarsi qualche istante prima, senza entrare in funzione. Forse è davvero così, o forse per un momento la suggestione mi porta in una dimensione inesistente. Proseguo, scatto qualche foto ad una strada sommersa dalla lava solidificata, nera come la pece e che emana un odore che non so descrivere. Tutto ciò vicino ad un edificio in costruzione, in un quartiere praticamente nuovo che chissà se sarà mai abitato.
Sto cercando cosa in quel momento: sono due ore che giro, osservo, cerco di interpretare come è colata la lava. Ma non posso far a meno di pensare che questa città, nata prima dell’anno mille, per secoli e secoli ha avuto come unico pensiero quello di ricavare il proprio sostentamento dalla pesca, come unica preoccupazione quella di difendersi da qualche scorribanda di pirati. Dalla seconda metà del Novecento un numero di turisti sempre maggiore l’ha scoperta, grazie alla bellezza dei luoghi ed alla vicinanza con la Bláa lónið, conosciuta universalmente come la Laguna Blu, centro termale di altissimo livello specializzato anche nella cura della psoriasi. Grindavik negli anni è diventata un centro abitato in espansione, nel quale all’industria ittica, storicamente il settore che ne sostiene l’economia, ha visto un numero sempre maggiore di persone coinvolte nell’accoglienza turistica.
Oggi è praticamente deserta, con un destino quantomai incerto, se non segnato, in quanto la camera magmatica sotterranea del vulcano (o almeno una delle camere magmatiche) sembra migrare sotto la città.
Il primo aprile, una nuova fessura si è aperta, in parte oltre le mura di terra imponenti che gli islandesi hanno realizzato per difendere la città dalle colate, ma in parte all’interno del perimetro di questa sorta di cinta muraria dei giorni nostri. Un’intera zona è stata dichiarata inagibile e le poche persone ancora presenti evacuate. Probabilmente alcuni di loro torneranno. Fino al prossimo allarme, alla prossima eruzione.
Se ci passate fermatevi. Rallentate il vostro incedere. In silenzio. Come quello dello scorso 15 marzo, distante molto più di quattro anni dalla vivacità della prima volta a Grindavik.