Sono trascorsi ormai più di 15 anni da quando per la prima volta ho avuto contatto con una terra che nell’immaginario comune è la casa di Babbo Natale a Rovaniemi e poco più.
Con Walter e Seba, due maestri di sci di fondo che sanno far vibrare le corde dell’emozione non ci siamo nemmeno avvicinati al mondo frenetico del Santa Village, ma la mia prima esperienza nel grande nord fu sfrecciando (ehm..arrancando) sci ai piedi tra foreste con alberi modellati dal vento e dalla neve, laghi ghiacciati coperti di neve, colline con la sommità completamente spazzata dal vento artico. Accoglienti “kote”, bivacchi appartenenti alla tradizione della caccia e del nomadismo, sparse qua e là, con la loro atmosfera fumosa, offrivano riparo e ristoro nei momenti giusti. Lo sci, la condivisione, la fatica e la capacità di alternare discrezione e momenti goliardici dei due leader mi fecero entrare in sintonia con quella terra in cui secondo molti standard non c’è nulla, ed invece probabilmente c’è la cosa più importante per tutti: lo spazio per ascoltare la propria anima. Per l’anima di Roby, che doveva sistemare un po’ di fantasmi, per quella di Franca, giovanotta ultrasettantenne appassionata di viaggi, per quella di Big Roby, piemontese trapiantato in Svizzera alla ricerca di un po’ di relax, per Cavallo Pazzo, alias Paolo, che rincorre qualsiasi refolo di avventura e vita possa spirare sulla terra, per Roby Slitta, residenza milanese e spirito trentino, per Yamamoto, alias Romano, parà con una vita in cui l’adrenalina è il filo conduttore.
Non si torna da un viaggio come si era alla partenza. Non si torna dalla Lapponia senza un po’ di male del nord, quella sensazione che ci dovrai tornare perché lì i pensieri scemano, lì c’è quel niente e quel tutto che sono sensazione di cui hai bisogno.
Al ritorno, i sogni di un nuovo viaggio, arrivato anni dopo, con altri metodi, con un muoversi più classico, in auto e con passeggiate, attraverso luoghi appena più classici (e stavolta anche Santa Village di Rovaniemi), più dedicati alla visita di un turista, ma sempre, poco affollati, sempre silenziosi, sempre in perfetta sintonia con quanto sta intorno, spazi enormi, foreste laghi..e allora che sia la cava di ametista, che sia una camminata nella neve fin sopra le caviglie, che sia una minisciata, tutto diventa incontro con quella terra, tutto diventa scoperta di sfaccettature diverse, come se la Lapponia fosse una vecchia amica che ti vuol far vedere allo specchio le pieghe della tua anima.
Fino a Inari, a Siida, dove invece è il popolo Sami, che la abita ad essere raccontato da un museo e centro documentazione culturale che rende omaggio ad un popolo che lega le sue vicende a quella terra, all’ambiente estremo, a brevi estati e a lunghi inverni sotto i cieli del nord e con l’aurora boreale a disegnare arabeschi e mosaici da rimanere senza fiato. La storia di un popolo, di un legame fortissimo con le renne, con le foreste, le loro diverse tipologie di abitazione, le trappole per la caccia, le imbarcazioni.. ovvero come si vive non solo a contatto con la natura, ma perfettamente integrati ad essa. Un passato non troppo lontano, che fa riflettere, che porta a farsi tantissime domande sulla propria posizione nel mondo, sul peso del nostro passaggio nell’ambiente intorno.
Spero di tornarci a breve in quella terra magica, stavolta per la prima volta in compagnia di viaggiatori che ci affidano le loro emozioni, aspettative e voglia di scoprire. Sicuro che al loro ritorno avranno contratto anche loro il male del Nord e curato la loro anima nella terra in cui ogni anima è a casa.

